martedì 19 gennaio 2016

CIBO, DUNQUE SONO.


Nel momento in cui scrivo questo post, ho finito da pochi minuti di leggere “Se niente importa”, di Jonathan Safran Foer.

L’ho iniziato a leggere 2 giorni fa e l’ho letteralmente (è il caso di dirlo) divorato.

L’ho portato ovunque, non me ne sono separata un attimo: al lavoro durante i tempi morti, a letto prima di dormire, sul tavolo della cucina in attesa che la cena cuocesse. Come uno di quei romanzi da cui non riesci a staccarti perché la storia e i personaggi ti catturano così tanto che non osi staccartene.

Solo che questo non è un romanzo: è un saggio, è uno studio. E D è pure cruento e angosciante, se devo dirla tutta.

Nonostante la passione scatenata da questa lettura, guardando la data che compare sull’ex libris che ho apposto alla prima pagina-è infatti mia abitudine attaccare un ex libris a ogni mio acquisto letterario e aggiungere la data in cui quel libro è entrato a far parte della mia biblioteca- l’anno mi lascia perplessa: 2011.

Perché ho aspettato così tanto prima di leggere questo libro, come mai prima d’ora non ho avuto lo stimolo di avvicinarmi a  lui, sebbene l’abbia comprato io stessa e di mia sponte già  conoscendo e apprezzando l’autore da molto tempo? Perché proprio ora, invece, l’ho preso in mano?

Perché le cose accadono sempre per un preciso motivo, ad esempio.

Ho comprato “Se niente importa” sapendo già di cosa si trattasse: un saggio documentato sugli allevamenti intensivi degli Stati Uniti (ma che poi non differiscono più di tanto dalla realtà degli allevamenti intensivi di altri Paesi se non, forse, per le quantità di animali che diventano cibo), dove viene descritta in dettaglio la “catena di montaggio” che trasforma mucche, maiali e polli (e pesci, e altre numerose specie viventi) in cibo, quello che noi esseri umani mettiamo sulla tavola. Sapevo dai racconti di chi l’aveva già letto che alcune parti di questo libro sarebbero state difficili da affrontare per via della spietata abbondanza di particolari cruenti che descrivono il processo di macellazione e anche dell’allevamento intensivo che precede la ovvia conclusione.

Alcuni mi avevano promesso che sarei addirittura arrivata a odiare la mia stessa specie, quella umana.

Ma prima di odiare, volevo capire.

In dettaglio, volevo dare un aspetto razionale a quello che finora, per me, era stato un processo dettato da motivazioni etiche e sentimentali, non razionali. Volevo delle risposte ad alcune mie domande, della chiarezza su alcuni dubbi.

Ho smesso volontariamente di mangiare carne diversi anni fa. Ricordo di aver partecipato ad una cena di compleanno di un’amica, svoltasi in un’hamburgeria, e di aver poi pensato: “Da oggi in poi voglio vedere quanto resisto senza carne”.

Questo è il tipo di scommessa con me stessa che mi porta a fare davvero le cose che mi propongo di fare. Una scommessa che inizia quasi per gioco. Per come sono fatta e per come reagisce il mio cervello “bastian contrario”, darmi un’auto imposizione tipo “da domani basta carne!” o “da domani basta sigarette!” avrebbe il solo risultato di farmi fumare il doppio e mangiare il triplo di bistecche e hamburger.

Col senno di poi, invece- sebbene io amassi il gusto della carne e ne facessi gran uso e tuttora, devo ammetterlo, ogni tanto ne senta la mancanza-quella scommessa con me stessa non fu altro che il punto di arrivo di un processo interiore  innescatosi naturalmente, non il frutto di una decisione razionale.

Diciamo che, anche da onnivora, non consumavo tutti i tipi di carne (esclusi, fra gemiti di disgusto, erano ad esempio selvaggina, interiora, carne equina, ecc.). Per motivi di pietà, ad un certo punto ho smesso di mangiare cuccioli, come vitello e agnello (che pure non era annoverato fra i miei preferiti), perché mi ero trovata a pensare: “che almeno vivano un po’, questi poveretti!”.

Fino al giorno in cui, senza preavviso, seduta a pranzo davanti a un pollo arrosto comprato intero e già cotto al supermercato, io non ho più visto un pollo “cibo”, ma un pollo “animale”. Era come staccare e mangiare una zampa al mio gatto. Cosa che, ovviamente, non feci col pollo arrosto di cui sopra.

Da quel momento, non ho più toccato carne in vita mia.

 Sottolineo la parola “carne”, perché il pesce, invece, ha continuato a far parte della mia alimentazione. Vuoi che rinunciare a tutto all’improvviso non è impresa facile dopo 30 anni di abitudine consolidata, vuoi che il pesce (sic!) non ispira tanta pena quanta un agnello che viene sgozzato, vuoi che l’aspetto con cui il pesce viene venduto è meno impressionante rispetto alla carne (bianchi filetti già puliti che non rimandano visivamente a nulla che abbia a che fare col legittimo proprietario VS cervelli e fegati sanguinolenti messi in bella mostra nei banchi di macelleria), vuoi l’autogiustificazione del “non posso rinunciare a tutte le proteine animali! Sono già anemica!” (motivazione spesso rincarata dai medici): qualunque fosse la motivazione (o l’insieme delle motivazioni) per cui ho continuato indisturbata a consumare pesce e, in coerenza, a NON autodefinirmi vegetariana perché tecnicamente non tale, sono arrivata ad oggi.

Gli stravizi delle feste hanno portati i miei enormi sensi di colpa a fare le analisi del sangue appena dopo l’Epifania per scoprire, non senza sorpresa, che i miei valori di ferro, proteine e ferritina erano perfetti, pur non avendo praticamente consumato pesce-se non con qualche rara eccezione-per lungo tempo.

Dunque, la domanda sorge spontanea: e perché allora non faccio il salto? Perché non lanciare a me stessa un’altra sfida,  vedendola un po’ anche come buon proposito del 2016, insieme all’altro proposito di smettere di fumare e rendere me stessa più sana, più felice anche perché più COERENTE, e non divisa fra volere e realtà, fra il “vorrei fare” e “lo faccio!”?

Mi sono ricordata di “Se niente importa” in quel momento. Come aiuto psicologico nell’intraprendere questa nuova strada, come spinta aggiuntiva al mio processo di cambiamento.

E ha funzionato…accidenti, quanto ha funzionato.

Questo libro mi ha presa a schiaffi. L’autore è stato semplicemente perfetto nel documentare quanto vissuto in prima persona  durante le sue ricerche (e, fidatevi, è molto più di quanto vorremmo sapere, leggere e tantomeno vedere su qualche video in You Tube) e, allo stesso tempo, nel chiarire con una semplicità e profondità disarmanti alcuni dubbi e domande leciti che ci poniamo e che gli altri ci pongono quando diciamo loro di essere vegetariani o vegani.

Questa chiarezza mi ha rasserenata e spinta nel modo più forte ma al contempo più naturale possibile alla consapevolezza che mi ha portata alla decisione di “fare il salto” e diventare totalmente vegetariana.

So di essere pronta, so che il momento è giusto, so che ora è tutto più chiaro in me e che domani, col carrello della spesa, il mio pit stop alla sezione frutta e verdura sarà ben più lungo e che i piatti che compariranno sulla mia tavola (o meglio, il cibo che comparirà nel mio piatto) saranno totalmente in armonia con le mie scelte etiche.

Certo, dopo anni, tuttora a volte mi mancano il prosciutto, le olive ascolane, gli spiedini. Morirò di nostalgia pensando al sushi e al salmone affumicato, alla frittura di pesce (che mangio assai di rado ma con gran gusto) e ai piatti orientali con i gamberetti. Ma saprò dentro di me di aver fatto la scelta giusta, di essere totalmente in pace con me stessa nell’aver deciso di smettere di sfruttare gli esseri viventi di altre specie che di certo non sono nati per il mio gusto-inteso proprio nel senso di “papilla gustativa”.

Pur vivendo in un contesto cittadino e quindi lontana dalla vita di fattoria a contatto con animali vivi, il fatto di guardarli anche sporadicamente, o guardare semplicemente le mie gatte in casa (animali anche loro, così come il maiale e la mucca) e sapere di non prendere parte alla loro mattanza mi rasserena, per quanto io sia perfettamente consapevole che il mio singolo gesto non cambierà le cose, ma che molti singoli gesti fanno un’unione e questa unione diventa, giorno dopo giorno, sempre più forte.

Io non sono una cosiddetta “vegetariana di Geova”: non è nel mio interesse convincere gli altri riguardo la validità delle mie argomentazioni né tantomeno ci tengo ad infervorarmi con chicchessia per avere la ragione su un determinato argomento. Mi limito a discutere e cercare di capire le argomentazioni altrui esponendo educatamente le mie; soprattutto,  mi basta sapere di aver chiarito dentro di me come voglio agire e perché,  che scelte voglio fare e che strade voglio prendere, senza dovermi più dividere fra gola e sensi di colpa, fra volere e potere.

 Mi è sufficiente sapere che la mia scelta di pietà ha avuto la meglio sulla salivazione che mi provoca un bel piatto di sushi e che questo, per quanto da un lato possa essere un sacrificio, dall’altro mi regala una bella sensazione di completezza, di un cerchio che si chiude. Capisco che ognuno ha la propria “illuminazione” in un determinato momento, se mai ce l’avrà, e auguro a tutti di arrivarci. Intanto mi impegno io, prima di pretendere l’impegno dagli altri, che pure auspico.

Per tornare al libro di Safran Foer, sarà annoverato fra le pochissime letture che davvero, in senso materiale, mi hanno cambiato la vita. Perché non è solo il racconto di una serie di torture, ma anche lo scrigno di perle che sono il fulcro di una scelta di vita vissuta in pace con gli altri esseri viventi.

Ne riporto una, che poi dà il titolo (italiano) al libro, mentre in inglese il titolo è molto più diretto e pungente, “Eating animals”: Foer riporta il racconto di sua nonna, di religione ebraica come tutta la famiglia che, costretta alla fuga e alla fame durante la guerra, ricevette un insperato dono da uno sconosciuto: un contadino russo, mosso a pietà dal suo aspetto disperato, le offrì un pezzo di maiale.

“Non lo mangiai”

“Non lo mangiasti?”

“Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale”

“Perché?”

“Che vuol dire perché?”

“Come? Perché non era kosher?”

“Certo”

“Ma neppure per salvarti la vita?”

“Se niente importa, non c’è niente da salvare”.

 

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