Caro 2018,
prima che tu giunga al termine aumentando di 365 giorni la mia vita e togliendone altrettanti per raggiungere il grande traguardo finale, ti devo dire due parole.
Ti ho cordialmente detestato, sappilo. Sei stato decisamente meno semplice, meno simpatico, meno in discesa di quanto mi aspettassi, e francamente: spesso, in questi 12 mesi, mi sei stato decisamente sulle palle.
Però hai presente quegli insegnanti che mentre devi sopportarli non vedi l'ora di mandarli a quel paese, ma poi, quando hai il diploma in mano, sono quelli che iniziano a mancarti prima degli altri? Ecco, proprio così.
Caro 2018, sei stato un anno strano, senza particolari eventi, senza folli spese e divertimenti, senza accadimenti da evidenziare, con pochi alti (nemmeno troppo alti) e una quantità di bassi così abissali che nemmeno so come potessero arrivare tanto in fondo.
Ma tu si, che sei stato un gran maestro! E di questo ti ringrazio.
Tu hai iniziato il "mio" anno dandomi la certezza che ciò che aspettavo da tanto si sarebbe finalmente realizzato, e mi hai vista tremare e temere e poi affrontare le conseguenze dei miei desideri per poi, infine, uscirne vittoriosa; mi hai vista girare la faccia per non guardare ciò che non volevo, ma poi mi hai obbligata a stare lì a intrattenere amorevoli conversazioni coi miei demoni; mi hai messa alla prova con ciò che detesto: sentire la mancanza di qualcuno fino a non avere più respiro, desiderare di non avere più vita, e guardare nelle mie viscere per vedere quanto profondo fosse quel buco che cercavo di colmare con qualsiasi cosa; mi hai osservata fare piccoli movimenti in cerca di sollievo fisico e mentale, movimenti che poi si sono fatti sempre più disinvolti e sicuri, e adesso non cammino, ma ballo; mi hai mostrato-come se ancora ce ne fosse bisogno- che l'istinto è un compagno da non sottovalutare e che le scelte di stomaco sono altrettanto valide rispetto a quelle di testa; mi hai dimostrato che non si muore se non quando, effettivamente, si arriva alla fine dei nostri giorni, ma che fino ad allora si può sempre migliorare e sperare, e c'è sempre possibilità di spostarsi per vedere le cose da un'altra prospettiva; mi hai allontanata (o meglio, hai fatto si che mi allontanassi) da persone e situazioni che mi facevano soffrire, facendo fiorire in me i germogli di consapevolezza che già sentivo nascere nelle tue prime settimane quando, piena di punti, drenaggi, ematomi da punture, guaine contenitive e calze costrittive, iniziavo a pensare che l'unica persona che dovevo ringraziare per tanta strada fatta, non era altri che me.
E ho smesso di credere che la mia strada sia sempre poco meritevole di essere ammirata, sempre fallimentare, sempre poco interessante rispetto alle altre, meno bella, meno tutto. La mia strada è bellissima, e ci saranno giorni di merda a palate anche in breve tempo, ma va bene così.
Non voglio strade altrui, voglio la mia perché è la mia e basta.
Caro 2018, mi hai vista ballare. BALLARE, dico.
Io, ballare.
Io che l'ultimo corso di danza l'avevo fatto, se non ricordo male, nel '92, con le maglie larghe con la scritta "Michael Jackson" per non mostrare la pancia nella tutina aderente da danza.
Io che ballo. Senza pensare, io coi miei stivali e le mie cicatrici e i miei leggins che indosso in palestra dove vado volentieri 2 volte a settimana (mi viene quasi il dubbio che io stia parlando di me stessa in questo momento), io che sfogo le mie amarezze nello sport, invece che nei fornelli (che però restano un piacevole rifugio e conforto, quando so di dominare le mie voglie e di non affogare dispiaceri nel cibo).
Io, che passerò questa vigilia a casa senza depressione festiva, senza nostalgia e pianti, e senza cucinare niente che non sia una zuppa che avrei fatto in qualsiasi altro giorno dell'anno perché non ho tempo di piegarmi nel dispiacere, non ho necessità di festeggiare un giorno dell'anno, ma tutti i giorni: utilizzo questo tempo per rendere la mia vita migliore di quanto non abbia fatto finora. Sono attenta alla mia salute ma mi perdono gli inestetismi che sono parte della mia storia; tengo lontani senza sensi di colpa coloro che hanno preteso e sfruttato, ma mai dato; non aspetto sperando, ma cerco di prendere; non taccio, ma parlo; non piango, ma urlo e tiro pugni; non desidero, ma tendo la mano.
Sei stato un maestro molto severo, 2018, te l'ho detto. Di quelli che pensavi che non sarebbe stato certo peggio del precedente, e invece, sotto mentite spoglie, mi hai bastonata e raddrizzata a dovere, non mi hai mollata un secondo ma era ciò di cui più avevo bisogno.
Non ho richieste e non ho buoni propositi per il 2019, ma so che riuscirò, qualsiasi cosa accada.
O quantomeno, ci proverò. Grazie.
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