lunedì 7 marzo 2016

UNA FORZA CHE MUOVE I SASSI


Venerdì scorso, alla vigilia di un weekend con gli amici, ho ricevuto un messaggio da un’altra amica la quale mi informava che il suo fidanzato, malato da tempo di tumore, aveva perso la sua battaglia.

Un messaggio breve e definitivo: “Gaetano è morto stamattina, ed io con lui”.

La mia amica ha tenuto il suo ragazzo in casa con sé un intero anno curandolo, nutrendolo materialmente e mentalmente con sogni, progetti e piani, sapendo benissimo che tutto ciò non si sarebbe mai realizzato perché, nonostante le cure, il tumore, invece che regredire, proseguiva senza pietà.

Così, dopo una breve, ultima degenza in ospedale, venerdì Tano ha intravisto  fra le sue ultime sofferenze delle bellissime montagne innevate dove fare snowboard per sempre, e lì è voluto andare.

E io, da venerdì, non penso ad altro. Penso alla sofferenza, alla morte. Io che la morte a volte la chiamo.

Io che mi rendo conto di essere diventata piuttosto insensibile a molte cose forse per salvarmi dall’ansia che mi mangia, dai pensieri che mi divorano e che spesso non riesco a placare.  Io che preferirei morire piuttosto che avere rimpianti.

Io che a volte trovo giusta la decisione di porre fine alla propria esistenza quando si decide che la vita non ci rende più felici, che ci scorre attraverso portandoci dolore o, nel peggiore dei casi, indifferenza.

E non mi sento in colpa al pensiero che chi, come Tano, avrebbe voluto vivere ma che ha avuto la possibilità di passare poco tempo su questa terra, perché il tempo che lui ha avuto a disposizione è stato bello, pieno di amore, di amici, di sogni, anche se alcuni sono rimasti irrealizzati.

Penso poi alla mia amica Marina che ora dovrà fare i conti con il silenzio della sua casa, con il cuore spezzato, con quello che ti resta quando il tourbillon del lutto, l’andirivieni di gente, i messaggi, le cose da fare e le faccende burocratiche da sbrigare lasceranno il posto al silenzio, al ricordo, al dolore che, finalmente, potranno avere sfogo. Penso a lei e allo sforzo sovrumano che ha dovuto fare per continuare a raccontare a chi amava e vedeva morire ogni giorno di più di sogni e progetti che sapeva benissimo che non avrebbero mai visto la luce. Penso a quanta muta disperazione si possa arrivare pregando che la vita l’abbia vinta per un giorno ancora. Strappare minuti al tempo, la più grande delle disperazioni umane.

Tuttavia, nella ovvia tristezza che è seguita a questa pessima notizia, di già un po’ sollevata davanti alla prova che la mia amica non è sola perché noi le siamo tutti vicini in questo momento così difficile, vedo anche un arcobaleno di speranza in mezzo alla pioggia battente e sento che un sassolino si è spostato dal mio cuore. Ci sono ancora macigni ben saldi al loro posto, ma almeno un sasso si è mosso. L’ha mosso Tano, che io non ho fatto in tempo a conoscere ma che-mi hanno detto-aveva una parola dolce per chiunque. Io voglio credere che sia stato lui, con la richiesta di stare vicina a Mari, che abbia preso e spostato quel sasso da dove si trovava, facendomi capire che a volte (per non dire sempre) “guardo il dito e non guardo la luna”.

In tutto quello che è successo negli ultimi mesi e che mi ha stravolto la vita, davanti ai dubbi, alle difficoltà materiali o meno, davanti al fatto che anch’io, a modo mio, cerco di rubare minuti preziosi al tempo che scorre (fortunatamente non facendo a gara con una malattia), ho riscoperto l’importanza di pensare che anche il solo fatto di vedere qualcuno, di non dare per scontate certe cose, sia fondamentale. Non è affatto ovvio, non è banale.

Ieri ero più felice del solito, ad avere gente attorno a me. Lo ero per il fatto di avere un amico che è come un fratello da ben 18 anni, che da Londra dove stava lavorando ha organizzato una deviazione per venirmi a trovare solo perché, via messaggio, mi aveva sentita giù di morale. Di avere tante persone attorno che mi amano e che forse sentirebbero la mia mancanza, se io non ci fossi più.   Di avere tante persone di cui io sentirei una grande mancanza se non ci fossero più. Di poter dire “ok, mi viene da piangere al pensiero che non posso vedere una persona esattamente nel momento in cui vorrei abbracciarla e passare del tempo assieme, ma so che, se il destino non gioca scherzi infami, potrò vederla fra 3 giorni. Cosa sono tre giorni, dopotutto?”

 Mari non può più vedere Tano. Domani lui verrà cremato e il suo corpo non esisterà più. Non c’è rimedio, non c’è salvezza. Non c’è niente che si possa fare. Io invece ancora posso. Posso piangere, credo sia nel mio diritto, posso preoccuparmi, posso sentire la nostalgia di qualcuno finché il fiato non mi manca, ma posso fare tutto questo perché sono viva. Non mi vergogno di dire che, negli ultimi tempi specialmente, non sono molto entusiasta di esserlo. Eppure sono viva. Magari c’è un motivo per il quale devo restare qui. Tano mi ha tolto un sasso dal cuore e ieri sera, fra la stanchezza e il mal di testa, mi sono però sentita comunque felice che chi amo fosse tornato a casa sano e salvo dal maltempo e dalla strada,  e credo di doverlo ringraziare dando a me stessa la possibilità di non pensare sempre che il fatto di essere vivi sia scontato e, spesso, anche una seccatura. Ci provo. Ci provo a rendere grazie, pensando che le piccole cose siano ancora meritevoli di attenzione. E’ uno sforzo enorme perché negli ultimi tempi sono andata tanto giù di morale, sviluppando nuovamente ansie e ossessioni che credevo di aver finalmente abbandonato, che invece sono puntualmente ritornate a torturarmi togliendomi sonno, serenità e voglia di fare.

Non mi porrò troppi traguardi onde evitare di sentirmi inadeguata nel momento in cui ricadrò nel vortice dei miei pensieri. So che accadrà e preferisco comunque non flagellarmi, ma piuttosto cercare di tornare a galla. Ma voglio almeno dare un’opportunità a quel sasso che qualcuno ha spostato, di restare lontano dal mio cuore, almeno per un po’, speriamo per sempre.

Fino a venerdì è lunga. Ma i giorni sono pur sempre vita. Questa vita che disprezzo e che trovo stancante, triste, malinconica, che trovo ingiusta e infame. Ma è vita.

Stammi bene, Tano. Magari, se fra una discesa e l’altra di snowboard trovi il tempo di dare un’occhiata al mio sasso, se dovesse tornare dove stava prima sentiti pure libero di tirarmi la tavola da snowboard sulla testa. Me lo sarò meritato.

 

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