mercoledì 28 novembre 2012

Leciti interrogativi

Eppure io ricordo che qualche tempo fa, a pensarci bene nemmeno tanto, alla mia famiglia le cose andavano anche bene.
Non essendo mai stati ricchi,  famosi,  potenti, abbiamo sempre tutti portato avanti quelle che si riteneva fossero le vere basi di una bella famiglia: il ritrovarsi, il condividere, il raccontarsi. O almeno così sembrava.
Ricordo dei meravigliosi Natali in cui eravamo in metà di mille, forse perché tutti noi figli e nipoti eravamo giovani e nessuno aveva ancora una sua famiglia con cui stare altrove, e per noi era un'immensa festa accogliere i parenti  che venivano da fuori e che  restavano addirittura 3-4 giorni, fermandosi a dormire chi da noi e chi da mia nonna.
Ma poi, anche successivamente, c'è stato un momento ben preciso in cui tutto sembrava girare per il verso giusto per tutti noi e si aveva la sensazione che tutti i tasselli di un grande puzzle andassero al loro posto da soli, senza sforzo, quasi contemporaneamente: per quel che riguarda la mia famiglia nel senso stretto, ci eravamo riavvicinati alla zona di origine dopo qualche anno passato fuori, in cui mia madre era stata spesso assente causa lavoro lontano, e le nostre infanzie e adolescenze erano passate un po' in solitudine, tanto che spesso eravamo anche ritenuti  diversi dagli altri, che invece avevano la mamma a disposizione in tutte le ore.Credo che la sensazione di sicurezza del mangiare davanti alla TV sia venuta fuori da lì, dopo tutti quei pranzi da sola. 
Dopo anni di lavoro incerto, mia madre aveva finalmente ottenuto la tanto sospirata cattedra fissa, mentre mio padre continuava il suo lavoro in banca facendo una discreta carriera. Eravamo tornati in un  paese dove stavamo bene, vicini al nido sicuro che è sempre stata casa di mia nonna, forti di due genitori con due lavori stabili e molto più presenti, meno stressati e meno preoccupati e noi eravamo nel pieno delle nostre vite di ragazzini: vite costellate di amici, di scuola, di pomeriggi passati in giro, di sogni. Di piccoli eventi che sembravano grandissimi, importantissimi.
Tutto sembrava lasciare il segno.
Mia nonna continuava la sua impegnata vita da pensionata ruggente, sempre in giro come un ciclone fra iniziative del suo adorato paese, stesure di libri, appuntamenti in biblioteca, visite ad amiche e cugine. Mia zia, dopo aver abbandonato l'Univeristà per via della malattia di mio nonno, a 22 anni aveva tuttavia già ottenuto un posto sicuro anche lei nella scuola, mio zio lavorava in un luogo non felicissimo ma quantomeno sicuro e si stava per sposare, l'altro zio (già sposato) terminava finalmente un periodo di difficoltà economiche piuttosto gravi, ottenendo in contemporanea con la moglie un lavoro stabile per entrambi, tale da poter affittare per loro ed i loro bimbi una meravigliosa casa affacciata sulla spiaggia, che ancora mi manca moltissimo.
Io ero insieme ad una persona di cui ero davvero innamorata e che speravo fosse l'uomo della mia vita (ma, ahimé,non è stato così), ed anche gli altri membri della famiglia nel senso allargato del termine, godevano di quel momento stupendo in cui tutto sembrava girare per il verso giusto: il lavoro, gli studi, i progetti, nuove nascite, decisioni importanti.
Poi è morto mio nonno.
Chissà perché, noi non ce ne eravamo mai accorti prima, ma quell'uomo gentile che non era neanche di tante parole, era l'ago della bilancia che, una volta scomparso, avrebbe fatto crollare tutto il resto.
E' come se quel momento di serenità che risplendeva per tutti quanti noi avesse iniziato a sgretolarsi nel momento in cui mio nonno se n'è andato, dapprima impercettibilmente, ma poi sempre più veloce, sempre più in basso, fino al desolante panorama di cui sono lontana e dolente testimone, oggi.
La ruota gira, è vero, ma non è contemplato che, una volta girata la ruota, questa si incagli nella stessa posizione e lì resti senza speranza di ritorno. Devo perciò pensare che non si tratti solo dei normali alti e bassi della vita, ma di qualcosa che giaceva non visto in qualche anfratto nascosto, sotto l'apparente tranquillità della nostra famiglia, e che è esploso come un vulcano sotterraneo quando a qualcuno, ognuno a suo modo, è venuto a mancare qualcosa. C'era un virus di cui tutti eravamo infetti senza saperlo, e che col tempo (che è un gentiluomo, ma a volte anche un grandissimo stronzo) e con l'età e l'evolvere delle cose, è dilagato, creando la destabilizzante e dolorosa situazione in cui ci troviamo oggi.
Dopo divorzi, separazioni, allontanamenti, perdite di lavoro a volte semplicemente a causa di azioni stupide e avventate, dipartite, malattie e rancori che mai si è avuto il coraggio di chiarire una volta per tutte, ora ci sono due fazioni: noi che abbiamo avuto la fortuna o la volontà di andarcene (si, perché ammettiamolo una volta per tutte: chi se n'è andato l'ha fatto per non soffrire più , perché era preferibile la nostalgia piuttosto che lo stillicidio) e coloro che invece sono rimasti, ma sognano di andarsene o che sono così annichiliti tanto da non avere più speranze, nessun sogno, rantolando un giorno dopo l'altro e rimpiangendo i bei tempi che furono- e quali bei tempi, mi chiedo?
Il panorama che mi si dipinge nella mente quando ci penso è come quello di una zona devastata dalla guerra. Nessun germoglio verde, solo terra brulla e cielo grigio.
E' terribile.
A volte penso che-a parte qualche sporadico caso- noi non abbiamo avuto, come famiglia,chissà quali eventi sfortunati ed improvvisi, ma forse a volte il cancro non è solo fisico. A volte il cancro arriva diversamente, c'è qualcosa che parte per qualche motivo e poi via, travolge tutto, e quando te ne accorgi non puoi più guarire.
Io ho una famiglia? Se uno me lo chiedesse, mi troverei in difficoltà a rispondere. Diciamo che c'è gente a cui voglio bene e che sono miei consanguinei. Forse gli unici per cui sento un po' di sentimento "familiare" sono i miei fratelli. Altrimenti si, amo, ma il cuore mi fa troppo male.
Sento da anni ormai delle stilettate di nostalgia sempre più acute, sempre più forti, e i ricordi, andando avanti, invece che svanire diventano più nitidi. Cerco di afferrare, sapendo di non poterci riuscire, delle sensazioni passate. Sono quelle che mi mancano, in definitiva. Compro libri che leggevo da ragazzina nella speranza che l'odore delle pagine mi riporti alla mente qualche ricordo preciso, cerco spasmodicamente di aggrapparmi a qualcosa che non c'è più. Rabbrividisco quando mi accorgo che i miei fratelli fanno altrettanto, nonostante siano ancora nel posto che io ho lasciato, e siano più giovani di me. Eppure, anche loro, esattamente come me, cercano ricordi, ne sono assetati.
Ora c'è mia nonna, ultimo cardine della mia infanzia, che da leonessa sta diventando una gattina, indebolita e spaventata dalla propria demenza senile. C'è mia zia, che ha iniziato a lavorare a 22 anni e che oggi, a 41, non ha mai fatto un viaggio in vita sua, priva del marito che tanto voleva e che non ha mai saputo trovare,e che vive sola in un mini appartamento pieno di gatti, come la più classica rappresentazione di zitella vuole. C'è mio zio che si stava per sposare e che si è fatto trascinare fuori rotta da una persona triste e depressa che in tutti i modi ha cercato, riuscendoci alla fine, di rompere quel rapporto. Si è anche  licenziato, tirandosi addosso le ire funeste di mia nonna che lo vedeva già sistemato in tutti i sensi, e il quale, a forza di sentirsi rinfacciare i suoi fallimenti sentimentali e non, ha preferito partire, perché meglio cavarsela fra gli sconosciuti che subire quotidianamente le stilettate di qualcuno che invece dovrebbe capirti.
L'altro zio ha divorziato, è tornato in una casa ormai vuota, lui che ha sempre voluto essere un uomo di classe, bello, ricco, e che alle soglie dei 60 anni vive da sua mamma perché il suo stipendio viene risucchiato dagli alimenti del divorzio. E' triste, malinconico, amareggiato. E anche stufo di sentirsi ripetere che nella sua vita niente è andato come doveva (come mia nonna, invece, gli ricorda puntualmente). C'è mio padre, che è scivolato in una pietosa imitazione di quel che sempre ha sognato di essere e non ha mai avuto il coraggio di diventare, ovvero un uomo che osa e che è libero da limiti mentali e complessi di inferiorità. Cerca di diventarlo ora, quell'uomo, alle soglie dei 70 anni, nascondendosi dietro a uno schermo e a un social network, che gli assicurano un nascondiglio certo tanto quanto lo squallore in cui sguazza non senza soddisfazione. C'è mia madre, inguaribile ottimista tanto da non aver mai avuto lo slancio feroce di chi vuole cambiare le cose, che ha lasciato che il suo ottimismo diventasse rassegnazione e piatta accettazione di qualsiasi cosa. C'è un simpatico cugino, fulminato in 1 mese da un tumore al cervello. Ci sono altri cugini che sono rimasti senza lavoro in un'età in cui rimanere disoccupati ti straccia, poiché non si è abbastanza giovani da ricominciare ne' abbastanza vecchi per una pensione anticipata. Ci sono insicurezze sul futuro e scarsa serenità economica, per non dire nulla. Non c'è nemmeno il forte sostegno che i membri di una famiglia dovrebbero darti, quel sostegno che ti fa pensare che, sebbene le cose possono non girare per il verso giusto, c'è sempre una speranza, c'è sempre qualcuno che ti raccoglie, qualsiasi cosa ti possa succedere.

Poi ci sono io.
 Circondata dal silenzio, in una landa desolata, brulla e sotto ad un cielo grigio.

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