sabato 1 ottobre 2005

Senza titolo 36

Mi piace spettinato camminare


col capo sulle spalle come un lume


così mi diverto a rischiarare


il vostro autunno senza piume


Mi piace che mi grandini sul viso


la fitta sassaiola dell'ingiuria


mi agguanto solo per sentirmi vivo


al guscio della mia capigliatura.


Ed in mente mi torna quello stagno


che le canne e il muschio hanno sommerso


ed i miei che non sanno di avere


un figlio che compone versi;


ma mi vogliono bene come ai campi


alla pelle e alla pioggia di stagione


raro sarà che chi mi offende


scampi alle punte del forcone.


Poveri genitori contadini,


certo siete invecchiati e ancor temete


il Signore del cielo e degli acquitrini


genitori che mai non capirete


che oggi il vostro figliolo è diventato


il primo fra i poeti del paese


e ora in scarpe verniciate


e col cilindro in testa egli cammina.


Ma sopravvive in lui la frenesia


di un vecchio mariuolo di campagna


e ad ogni insegna di macelleria


la vacca si inchina sua compagna.


E quando incontra un vetturino


gli torna in mente il suo concio Natale


e vorrebbe la coda del ronzino


regger come strascico nuziale.


Voglio bene alla patria


benché afflitta da tronchi rugginosi


m'è caro il grugno sporco dei suini


e i rospi all'ombra sospirosi.


Son malato d'infanzia e di ricordi


e di freschi crepuscoli d'Aprile


sembra quasi che l'acero si curvi


per riscladrsi e poi dormire.


Dal nido di quell'albero le uova


per rubare, salivo fino in cima,


ma sarà la sua chioma sempre nuova


e dura la sua scorza come prima.


E tu, mio caro amico vecchio cane,


fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia


e giri a coda bassa nel cortile


ignaro delle porte dei granai.


Mi sono cari i miei furti di monello


quando rubavo in casa un po' di pane


e si mangiava come due frtelli


una briciola l'uomo ed una il cane.


Io non sono cambiato,


il cuore e i pensieri sono gli stessi,


sul tappeto magnifico dei versi


voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.


Buonanotte alla falce della luna


sì cheta mentre l'aria si fa bruna,


dalla finestra mia voglio gridare


contro il disco della luna


La notte è così tersa


qui forse anche morire non fa male,


che importa se il mio spirito è perverso


e dal mio dorso penzola un fanale.


O Pegaso decrepito e bonario,


il tuo galoppo ora è senza scopo,


giunsi come maestro solitario


e non canto e non celebro che i topi.


Dalla mia testa come uva matura


gocciola il folle vino delle chiome,


voglio essere una gialla velatura


gonfia verso un paese senza nome.


(Angelo Branduardi-Confessioni di un malandrino)

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